Ha visto la luce in questi giorni la mia ultima raccolta di versi (Raffaele Urraro, Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009).
Qui di seguito riporto la premessa e i due testi che aprono le due sezioni.
PREMESSA
Noi poeti, come la luna, abbiamo due facce che portiamo a fatica perché ci lacerano interiormente, e non potrebbe esserci l’una senza l’altra: un volto verso la realtà, la terra; mentre l’altro guarda l’imperscrutabile, il sogno.
Non potremmo essere tutta poesia, perché si vanificherebbe, e non possiamo non sapere quello che è la poesia perché allora diventeremmo degli animali, degli animali razionali ma pur sempre persone senza alone. L’alone non è solo dei santi, ma di tutti coloro che riescono a vedere al di là delle semplici apparenze (1).
Così Maria Luisa Spaziani rispondeva a Cinzia Simonelli che le domandava se “per incontrare la poesia” bisogna “sorvolare la realtà o senza corazza viverne l’essenza”. Ed aveva ragione. Per parte mia mi riconosco l’una e l’altra “faccia”.
A livello semplicemente “umano”, ho sempre avvertito dentro di me la presenza di due anime, diverse concorrenti dialettiche scontrose, ma ambedue con pieno, pienissimo diritto di cittadinanza e di legittima coabitazione. Una è l’anima che ho sempre definito “sociale”, che mi stimola ad un’apertura consapevole e piena verso la realtà, verso la comunità che mi circonda, verso il mondo nella sua totalità e unità complessiva, verso i problemi degli altri sotto qualunque cielo essi vivano, verso la terra e le sue ferite, insomma verso tutto ciò che rappresenta l’altro da me che comunque mi rappresenta. L’altra anima è quella che ho sempre considerato un po’ anarchica, individualista, soggettiva.
Parlando, invece, specificamente di poesia, la prima anima è quella che mi stimola a confrontarmi con i problemi reali, quelli dell’umanità intera, della comunità alla quale appartengo e che mi appartiene per vicinanza, e di quella alla quale appartengo e che mi appartiene per la comune origine e per il comune destino. Si tratta, quindi, di una poesia aperta al sociale, all’uomo, ai suoi drammi e alle sue sventure.
La seconda anima, quella individualistico-soggettiva, mi spinge a guardarmi dentro, a cogliere la mia realtà interiore, le mie speranze, i miei sogni, le mie domande, le mie risposte, la mia filosofia. E dunque ora guardo fuori di me, ora dentro di me. Ciò non avviene mai programmaticamente. Può anche verificarsi che una certa fase della mia vita sia dominata da una delle due tipologie del fare poetico, ma questa non è mai stabilita a priori, decisa a tavolino. Può essere avvenuto e può avvenire che in un certo giorno abbia composto o componga un testo aperto al mondo e il giorno dopo un testo in cui, per dirla con la Spaziani, abbia guardato o guardi all’”imperscrutabile”, al “sogno”, a ciò che sento “dittar” dentro.
E allora? Come organizzare una raccolta di testi, diciamo, promiscui? È vero quanto afferma Montale:
Io pubblico quando si è prodotta in me una certa accumulazione, cioè quando mi accorgo che un certo numero di poesie “fanno” un possibile libro (2).
Ma, nel mio caso, esaminando i testi prodotti, mi appariva evidente che essi appartengono all’una o all’altra tipologia poietica. Per questo avevo di fronte a me tre strade: a) mettere insieme tutti i testi ritenuti degni di pubblicazione disponendoli in ordine cronologico, e questa tassonomia avrebbe avuto il pregio di dimostrare sia le mie aperture verso il mondo, sia le mie chiusure in un mio spazio appartato, proprio così come sono state avvertite nel tempo, nella loro sequenza, nel loro dinamico diacronico svolgersi, dando così il senso pieno della mia persona, delle oscillazioni, dei passaggi, del mio essere sempre in bilico tra il mondo esterno e il mondo interno, proteso all’ascolto delle risonanze ora dell’uno, ora dell’altro; b) suddividere i testi in due sezioni diverse, a seconda della loro tipologia contenutistica; c) raccogliere i testi in due diverse pubblicazioni, rispettando la loro autonomia.
Ho scelto la seconda possibilità. Il lettore, pertanto, troverà in questo libro due sezioni: La parola e il sangue e Nel giardino delle stelle.
Nella prima ho raccolto i testi composti sotto la spinta o la provocazione della realtà; nella seconda ho raccolto i testi composti nei momenti in cui cullavo il mio pensiero trascinandolo lungo un itinerario dalla terra alle stelle, stelle che assumono, di volta in volta, un significato diverso, ora simbolico, ora allusivo, ora metaforico, ora immaginario, e presentano, perciò, una chiara molteplicità semantica. Ma alcuni testi sono stati assegnati all’una o all’altra sezione a seconda del prevalere di una delle due tematiche pur essendo queste ambedue presenti in uno stesso componimento.
Ovviamente, non mi pronuncio sugli aspetti artistici estetici e linguistici del mio fare poetico. Auguro soltanto buona lettura a chi avrà la pazienza o il desiderio di sbirciare nella mia parola.
1) Intervista apparsa il 24 marzo 2009 su «Mauxa-com».
2) “Autointervista”, in «Corriere della Sera» del 7 febbraio 1964, in E. Montale, Sulla poesia, Mondadori, Milano 1976, pag. 599
voglio morir con la parola in bocca
voglio morir con la parola in bocca
la parola per dire
la parola per parlare una parola
meno stanca di niente
se mi perdo nel bosco
a scardinare parole
non ho più la forza di parlare
la violenza piovuta
dalle nostre fantasie
sul mondo di parole
ha tolto alla parola
la parola di bocca
e allora?
hai detto hai parlato
hai guidato
la parola verso
le vette e gli abissi lontani
e allora?
hai frantumizzato monemi
fonemi teoremi
lessemi semantemi
e allora?
hai dato uno sguardo al mondo
alla vita e alla morte che grida
in ogni angolo di strada
e sfracella grumi di sangue?
oh! parola… parola…
tu muori e ritorni
vivi e muori
tutto si fa per te
per te sola si vive
per te sola si muore
in una nuvola di sensi
sensi perduti dimenticati
inventati trovati perduti
e poi ritrovati
ma è ora di stringere il cerchio
intorno alla vita
e dire con il cuore in sussulto
che fare poesia
è calarsi nella notte
con mente cuore corpo anima
e infrangersi sulle rocce delle cose
e poi in/formare una parola
che scenda dritta nelle ombre
a portare una fiammella
di verità scrostata
dal nulla dell’oblio
o dall’oblio del nulla
rimbalzano le mie parole
rimbalzano le mie parole
dalla terra di creta
al cielo di cristallo
e non trovano nulla
: trovano soltanto
il silenzio dell’assenza
ombra grigia
che pigia le nevrosi
del sogno
l’uomo è solo
con la mente che vola e che s’impiglia
negli spazi frantumati del nulla
e il silenzio squarcia
le pareti di pietra
è un silenzio impalpabile
come tenebra oscura
sotto le dita dell’anima
solo la parola
può uccidere il silenzio
e se svanisce nel nulla
resta l’eco trasportata dal vento