giovedì, 19 novembre 2009

ISTITUTO SCOLASTICO “CRISTO RE”

San Giuseppe Vesuviano – Via Marciotti

 

Giovedì 10 dicembre 2009, alle ore 17,30, nell’Auditorium dell’Istituto:

 

 

* Mostra di pittura di Luigi Franzese: LE FORME DELLA MATERIA

 

* Presentazione del libro di Raffaele Urraro: POESIE (Marcus Edizioni, Napoli)

 

Interverranno:

Antonella Nigro, critico d’arte – Università di Salerno

Massimo Lippi, poeta e artista, fondatore de “Il pettirosso” (Siena)

Alessandro Carandente, direttore editoriale “Marcus Edizioni”

 

La lettura dei testi poetici sarà accompagnata dalla musica di:

Daniela Picciau, Mario Avino, Agostino Casillo

 

SIETE TUTTI INVITATI.

 

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giovedì, 12 novembre 2009

Controfigura di Luigi Fontanella (Marsilio editore, 2009)

 

Una lunga passeggiata dentro Roma secondo il percorso immaginato nel romanzo che Lucio Grimaldi aveva pensato tanti anni prima di questa storia, progettata ma mai portata a compimento, il protagonista ritrova casualmente un suo vecchio taccuino. Ha inizio così una flânerie trasognata nel cuore di Roma, alla riscoperta dei luoghi e dei personaggi della propria giovinezza in un intreccio di memorie del passato e folgoranti agnizioni di un presente forse reale o forse solo immaginario.

 

 

Luigi Fontanella vive tra Roma, Firenze e Stony Brook (Long Island, New York). È ordinario di Lingua e Letteratura Italiana presso la State University di New York. Ha pubblicato libri di poesia e saggistica. Tra i titoli più recenti: Pasolini rilegge Pasolini (Archinto 2005), L'azzurra memoria. Poesie 1970-2005 (Moretti & Vitali 2007), Oblivion (Archinto 2008). Per la narrativa ha pubblicato varie prose in rivista e il diario-racconto Hot Dog (Bulzoni 1986). Questo è il suo primo romanzo.



P.S.: Il romanzo sarà presentato Giovedì 14 gennaio 2010 presso il Circolo "A. Diaz" di Ottaviano.

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venerdì, 06 novembre 2009

 

 

POESIE DI ALDA MERINI

 

Fuga di volpe

 

A chi mi chiede

quanti amori ho avuto

io rispondo di guardare

nei boschi per vedere

in quante tagliole è rimasto

il mio pelo.

 

Una poesia

 

Perché la donna quando s’innamora

si barda come la dea Atena

e mette una corazza contro il cuore.

Sciogliti donna e diventa un canto,

sotto la tua casa c’è il corpo

di un tenero fanciullo.

 

Correte cavalli bianchi

 

Correte cavalli bianchi

portatori di grandi aurore

sul pelo della mia lingua

che a lui non parlerà più.

Oh erba felice

che entri nella bocca

e senti la sua saliva

e la dolcezza dell’anima.

Erba diventata nera

Dai a me l’ultimo fiore

E sia una spada.

 

Lacrime

 

Io ti prego Maria

di darmi un po’ d’acqua di lui,

una lacrima soltanto

che provi il suo bene.

Lo so è soltanto un uomo

e io una cosa da nulla

ma so che le mie lacrime

non sono andate perdute.

 

L’uomo infedele

 

                                     a Nicola Crocetti e a

                                                    Rino Sescalante

                                                    festa della donna 1988

Il mio uomo è eguale al signore

il mio uomo è eguale agli dei:

se lui mi tocca

           io mi sento come l’acqua che scorre

           nei lecci della vita

 

il mio uomo è un purosangue felice

e io, cavallerizza da nulla

           rimango a terra e lo guardo

           mentre cavalca ardito l’amore

 

il mio uomo è una chitarra azzurra

           e io sono la sua canzone

           ma lui non mi canta mai

Aspetto che la chitarra si rompa

per vivere

 

Il mio uomo è eguale al signore

egli è eguale a Rilke a Giuda a Savonarola

ma quando il mio uomo si denuda

ha il petto villoso come le aquile

e il rostro che ferisce a fondo

allora gli mostro le mie carni ferite

ma il mio uomo anela alle dolci fanciulle greche

il mio uomo che cerca l’amore

il mio Uomo infedele.

 

(da Canzoniere d’amore, in

Il maglio del poeta, Manni, Lecce 2002, pp. 27-33)      

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martedì, 03 novembre 2009

RAFFAELE URRARO

 

L’ENDECASILLABO DI SALVATORE VIOLANTE:

UNA SCELTA METRICA CONNATURATA AL SUO SPIRITO POETICO

 

È vero, come sosteneva Ungaretti, che “l’endecasillabo l’ha nel sangue ogni vero poeta italiano. È l’ordine poetico naturale delle parole italiane” (1). E ancora: “L’endecasillabo è un mare. Con due soli elementi d’obbligo: l’accento tonico (altezza) e il numero delle sillabe (lunghezza) – permette la più varia, la più espressiva, la più libera combinazione di sillabe, le articolazioni più sorprendenti. Lo stesso accento tonico può essere usato a innumeri gradi d’intensità. Le stesse sillabe possono variare di lunghezza, purché ciò non sia voluto arbitrariamente da un lettore, ma sia stato stabilito dal poeta con accordi sensibili” (2)  .

L’endecasillabo, dunque, è il verso connaturato allo spirito del poeta italiano e al suo ritmo interno e viene percepito come connaturato alla strutturazione stessa delle parole. In effetti, poiché le parole sono quelle, e vengono pronunciate con quelle cadenze ritmiche, e sono strutturate su quelle concatenazioni sillabiche e su quelle alternanze di sillabe toniche e di sillabe atone, è naturale che lo spirito italico si manifesti con i ritmi connaturati alle parole.

E l’endecasillabo è il verso più italiano di tutti perché proprio in esso lo spirito italico si è maggiormente e meglio manifestato.

Ora, sottoponendo ad analisi l’ultima raccolta di Salvatore Violante (Sulle tracce dell’uomo, Marcus Edizioni, Napoli 2009) si ha la conferma, o la testimonianza, dell’intuizione ungarettiana. Il poeta vesuviano, che pure ricorre a settenari piani e sdruccioli in alcuni testi dall’andamento ritmico tipico della filastrocca (Sonata ad orecchio, p. 12; Paesaggi, p. 20), così come a ottonari e novenari (Penso ai tuoi occhi e mi perdo, p. 20), fa dell’endecasillabo la scelta metrica fondamentale per i suoi versi. Tanto che si ha chiara l’impressione che davvero l’endecasillabo sia “connaturato” al suo spirito, che sia il ritmo con cui e in cui egli avverte e vive le cose e con cui le esprime. Le sonorità ritmiche di questo verso, utilizzato a piene mani da Violante, sono da considerarsi alla stessa stregua delle categorie di spazio e tempo della gnoseologia kantiana: come spazio e tempo sono forme a priori della conoscenza in Kant, così le sonorità dell’endecasillabo sono forme a priori della percezione delle cose in Violante. Voglio dire che il nostro poeta percepisce le cose proprio già  nella forma metrica dell’endecasillabo. Egli non ha bisogno di scegliere l’endecasillabo, ma è nei ritmi, negli accenti, nelle cesure dell’endecasillabo che percepisce la realtà la quale, a sua volta, va a sistemarsi in quelle cadenze secondo una naturale disponibilità simbiotica.

L’aspetto più importante e originale della versificazione di Violante è proprio questo: l’endecasillabo appare come l’unità “naturale” di misura del reale, il mezzo che consente al poeta di penetrare nell’essenza della parola e farla parlare secondo la sua “naturale” significanza. Tanto che ho l’impressione che Violante faccia fatica, anche quando parla nelle conversazioni interpersonali, ad esprimersi in altro modo, diverso dalle cadenze e dai movimenti dell’endecasillabo.

Ma cerchiamo di penetrare nelle strutture stesse di questo verso secondo le modalità d’uso messe in atto dal nostro poeta. E per farlo, procediamo con qualche esempio.

In Memorie (p. 13) si legge:

 

                                Martina sfavillava per la strada

                                piena di gambe, energica e invadente,

                                lungo il mercato, un’onda accavallante,

                                senza respiro, si fermava il vento.

                             

Qui, come altrove, l’endecasillabo si mostra fluido e scorrevole, liquido nella sua sostanza ritmica, con accenti metrici – che corrispondono, come si sa, sempre agli accenti tonici, il che ha fatto definire come “accentuativa” la metrica italiana, diversa, per esempio, da quella latina che è di carattere “quantitativo” – che, nel primo dei quattro versi, cadono sulla seconda, sulla sesta e sulla decima sillaba; negli altri, invece, nei quali gli accenti metrici cadono sulla prima, sulla quarta e sulla decima, la partenza è affidata a sillabe toniche (pie-, lun- e sen-) che consentono una efficace varietà ritmica in quanto viene ad ingenerarsi nei tre versi una forte cesura: dopo gambe del secondo verso, dopo mercato nel terzo verso e dopo respiro nel quarto. Allora si ha come conseguenza che nel primo verso il poeta esprime un solo concetto, senza sosta, con un sistema accentuativo che ritengo il più tipico e il più espressivo tra tutte le altre modalità dell’endecasillabo. Gli altri tre versi, costituiti da due emistichi anche semanticamente diversi tra loro (piena di gambe – energica e invadente; lungo il mercato – un’onda accavallante; senza respiro – si fermava il vento) sono costruiti in modo che il primo emistichio, partendo con la prima sillaba tonica accentata metricamente, imponga una pausa e che il secondo sia, in un certo senso, espansione del primo: con un sistema di accenti diversi il poeta non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto ritmico-semantico.

Si vuol dire che la struttura dell’endecasillabo, variabile e multipla, consente diverse opportunità di espressione dei propri contenuti. Ma già dai quattro versi sopra riportati si può dedurre che la struttura del verso italico presenta un eccezionale tono musicale che parte da un livello piuttosto piano, si inarca nella parte centrale, cala nella parte finale, come a dare al verso il senso di una clausola lenta ma inesorabile verso la definitiva conclusione.

Le caratteristiche notate fin qui possono essere riferite a gran parte dei versi della raccolta.

Spostiamoci ora su un altro versante. Spesso Violante spezza l’endecasillabo in due o più versi. Qualche esempio: in Tele di ragno (p. 16) i versi sono così strutturati:

 

                                1  Tele di ragno questa vita tesse

                                2  fili,

                                3  a giornate

                                4  in fila,

                                5  dietro l’altro

                                6  e trame fitte

                                7  logorando in fretta

                                8  la preda a succhio

                                9  quando vi s’invischia

                              10  cedendo

                              11  i vuoti involucri

                              12  specchianti

                              13  poveri avanzi

                              14  a disegnare tracce.

                              15  Denudano parole

                              16  ciò che resta.

 

Questo testo è costituito, quindi, da 16 versi di varia struttura. In realtà è costituito da 7 endecasillabi: v. 1; vv. 2-5; vv. 6-7; vv. 8-9; vv. 10-12; vv. 13-14; vv. 15-16. Si hanno, quindi: un endecasillabo formato da un verso; 4 endecasillabi formati da due versi; 1 formato da 3 versi e, addirittura, uno formato da 4 versi (vv. 2-5). Perché? Perché, ovviamente, Violante ha voluto isolare i vari nuclei sintagmatici per sottolinearne ed evidenziarne l’aspetto concettuale e semantico. Infatti, ad esempio, nel primo verso il poeta ha rappresentato le trame intessute dalla vita; nel v. 2 specifica le caratteristiche delle trame, fatte di fili che possono ingrovigliare l’uomo e tenerlo legato; il v. 3 è dedicato al tempo delle trame tessute, come a voler dire il continuo lavorio della vita che si incarica di tormentare i suoi “ragni” senza sosta; nel v. 4 i fili delle trame si succedono, nello spazio, come un rosario; nel v. 5 i fili appaiono come in colonna, a voler indicare come le sofferenze dei “ragni”, che rimarranno “invischiati” nelle trame di questa misera esistenza, non danno neanche un intervallo di riposo. E così di seguito.

Certo, già lo stesso Ungaretti del Porto sepolto (e poi de L’Allegria) aveva fatto ricorso a questo efficacissimo stratagemma metrico. Violante ne fa uno strumento strutturale a cui fa ricorso con grande frequenza, obbedendo in tal modo ad una duplice esigenza: quella di leggere e dire la realtà attraverso il ritmo dell’endecasillabo, e nel contempo di adottare misure metriche che gli consentano di dire i suoi contenuti culturali facendo affidamento su tutte le possibili risorse che lo stesso endecasillabo gli mette a disposizione.

Ed è tanto insistito il ricorso all’endecasillabo, in tutte le sue forme, che si può pensare che, alla fin dei conti, esso sia una sorta di ritmo interno al quale Violante debba obbedire per forza. Se è così, si può affermare che egli sia fortunato nel possedere una tale conformazione lirico-musicale perché l’endecasillabo è anche un verso che, nella sua estensione spaziale e musicale, offre al poeta, a differenza dei versi più brevi, cantilenanti, come il settenario, l’ottonario e il novenario, anche la possibilità di portare ad effetto con maggiore facilità il suo processo di conoscenza.          

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giovedì, 15 ottobre 2009
 

 

angeli_e_demoni_026angeli_e_demoni_032 


























Un tubo di plastica, lavorato e modellato con sapiente tecnica, diventa il luogo per un’esplorazione a tutto campo culminata in un’esplosione di segni e di sensi originale e coinvolgente.

Questo è la Danza dell’Angelo, l’opera con la quale il pittore vesuviano Luigi Franzese ha partecipato alla mostra Angeli e Demoni ideata e curata da Antonella Nigro e installata nel Castello Medievale di Agropoli (Salerno).

Esplosione di segni e di sensi, ho detto. E difatti la Danza si propone all’attenzione del fruitore per le molteplici implicazioni semantiche che ne fanno un’opera complessa e intrigante.

Alta m. 2,37 x cm. 27 di diametro, l’opera presenta tre sezioni, ciascuna delle quali molto ben individuabile perché la luce che la illumina dall’interno rende evidenti le differenze di segni e di colori che la caratterizzano.

Partiamo dalla sezione inferiore. Il colore nero dominante alla base, e i segni tracciati sulla materia con un gioco di sottrazione e ridisegnamento, che nella loro ambiguità semantica rinviano a fiori o volatili, richiamano la terra vesuviana il cui emblema più noto e riconosciuto – il Vulcano “sterminatore”, vero fantasma della mente di Franzese – ben si intravede nelle linee di quelle forme che sembrano venir fuori dalla terra stessa, rappresentandone un’escrescenza, una continuazione, una sorta di un gioco entropico del movimento della materia/natura.

Terra nera che, sostenendo su di sé il rosso della luce che alimenta questa performance estetica, rinvia ad un’altra simbologia, quella del luogo infernale, regno delle passioni, delle esagerazioni incompatibili con la vera natura umana, e quindi sede dei diavoli che, come nel poema dantesco, sono i più vicini alla terra, anzi sono nella terra stessa. Il fuoco delle passioni è capace di bruciare qualunque equilibrio e, insieme alla terra nera, simbolo appunto della nostra terrestrità, sta lì a significare la nostra fragilità umana.

Salendo lungo l’opera si perviene alla sua zona mediale. Sembra di essere pervenuti in un luogo di sosta dello spirito, che richiama atmosfere purgatoriali anch’esse di dantesca memoria, luogo dove si ha l’impressione che a dominare sia un senso chiaroscurale dell’esistenza, evidenziato da assenza di cromatismo espressivi e di slanci e sussulti dell’anima dell’autore. E difatti si è lontani dalla terra e dalle passioni umane, e lontani dal cielo e dalla purezza dello spirito.

E si perviene intanto alla terza sezione, quella superiore, connotata da una incredibile ricchezza semantica. L’autore ha rintagliato nella materia tre angeli; il materiale sottratto nella creazione di uno di essi, raffigurante appunto una creatura divina, è stato poi sospeso all’interno ad un filo sottile e risulta semovente in virtù di un respiro di vento anche leggero. Nella stessa materia l’autore, sempre lavorando per sottrazione, ha impresso delle stelline, il tutto a simboleggiare l’altra presenza richiesta dal tema imposto agli artisti, proprio quella degli angeli che, a differenza dei demoni conficcati al centro della terra, immaginati e indovinati ma non direttamente visibili, occupano lo spazio celeste, lo spazio tra le stelle, non a caso rappresentate a gruppi di tre, in rapporto alla consueta numeralogia rispettata da Franzese che, come da tradizione, vede in quel numero il senso della perfezione e della purezza.

È questa parte dell’opera che ha spinto l’autore ad attribuirle il titolo di: Danza dell’Angelo. Si tratta, in effetti, di una danza semanticamente sorprendente: l’angelo si è staccato dalla materia e danza nell’area del cielo, con movimento estremamente lento, a stento percepibile, tanto che sembra immobile nello spazio, tutto assorto nella sua preghiera, quasi pensoso e malinconico; da quella sua posizione, che lo proietta verso il cielo, se ne sta con la testa chinata verso il basso, verso la terra, verso i poveri mortali, come a voler vigilare su di loro e a guidarli verso un cammino che li allontani dalle passioni e dalle tragedie del corpo e dell’anima. Insomma: il Paradiso dantesco, che non è luogo lontano e irrelato, ma regno di beatitudine che non si distrae neppure un momento dalle condizioni dell’uomo sulla terra, al quale, anzi, si vuole offrire una guida, un’àncora di salvataggio, e cioè la delineazione di un cammino salvifico, l’itinerarium mentis in Deum, il cammino che la mente dell’uomo deve effettuare per “indiarsi” o, comunque, per trovare il senso di sé e, quindi, il senso vero della vita.

È probabile che anche in questo l’immaginario di Franzese sia stato influenzato dalle suggestioni della poesia dantesca. E difatti la danza è uno dei motivi attraverso i quali le anime del Paradiso manifestano il loro grado di beatitudine. E se è così, la rappresentazione dell’artista vesuviano assume anche altre significanze che ne testimonierebbero la complessità, l’originalità, la ricchezza. D’altronde, non sfugga che la parte superiore dell’opera, nella sua terminazione, richiama la forma della colonna troncata, quella che nella simbologia tradizionale ha sempre rinviato alla mortalità dell’uomo, alla sua non-eternità, alla sua fragilità. È la vicinanza dell’angelo, allora, a dare forza e coraggio all’uomo che si dibatte tra angeli e demoni in questa vita che forse proprio nel suo limite terreno conserva il senso più profondo di sé e il suo più autentico significato.

Che cosa è successo, dunque?

Un semplice, e vile, oggetto materico nelle mani dell’artista è diventato, come ho detto nella parte iniziale di queste note, un meraviglioso oggetto estetico, ricco di segni e di sensi. Franzese si è addentrato nello spirito del tema posto, o imposto, agli autori che hanno partecipato alla mostra, con tutto l’ardore intellettuale, lo spirito critico e l’immaginazione poetica che lo sostengono nelle sue creazioni. Il risultato è appunto il frutto delle sue riflessioni sul tema. Anzi, il risultato è in linea con la produzione artistica generale di Franzese, tanto è vero che i segni pittorici sono quelli ricorrenti nella sua grammatica e nella sua sintassi: i colori usati, i segni impressi sulla materia, la stessa numeralogia, sono una costante del nostro artista che, qui, ancora una volta, dimostra una concezione dell’arte intesa come studiata e consapevole forma nella quale si inverano i contenuti elaborati con studio approfondito e accurate indagini. L’arte, infatti, è concepita come operazione conoscitiva che consente all’artista di scoprire la realtà indagandola nei meandri più riposti. E Franzese qui ha dato una prova ulteriore che proprio quella è la dinamica creazionale. Lo dimostra anche il fatto che quest’opera è caratterizzata non da realistica rappresentazione o scontato figurativismo, ma da un simbolismo voluto, cercato e realizzato attraverso allusioni, ambiguità semantiche, forme espressive velate, il che connota l’opera di levità formale ed eleganza di toni e la rende profondamente suggestiva perché capace di parlare il vero linguaggio dell’arte.

 

                                                (Raffaele Urraro)
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lunedì, 12 ottobre 2009

Ha visto la luce in questi giorni la mia ultima raccolta di versi (Raffaele Urraro, Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009).

Qui di seguito riporto la premessa e i due testi che aprono le due sezioni.  

 

PREMESSA

 

Noi poeti, come la luna, abbiamo due facce che portiamo a fatica perché ci lacerano interiormente, e non potrebbe esserci l’una senza l’altra: un volto verso la realtà, la terra; mentre l’altro guarda l’imperscrutabile, il sogno.

Non potremmo essere tutta poesia, perché si vanificherebbe, e non possiamo non sapere quello che è la poesia perché allora diventeremmo degli animali, degli animali razionali ma pur sempre persone senza alone. L’alone non è solo dei santi, ma di tutti coloro che riescono a vedere al di là delle semplici apparenze (1).

 

Così Maria Luisa Spaziani rispondeva a Cinzia Simonelli che le domandava se “per incontrare la poesia” bisogna “sorvolare la realtà o senza corazza viverne l’essenza”. Ed aveva ragione. Per parte mia mi riconosco l’una e l’altra “faccia”.

A livello semplicemente “umano”, ho sempre avvertito dentro di me la presenza di due anime, diverse  concorrenti dialettiche scontrose, ma ambedue con pieno, pienissimo diritto di cittadinanza e di legittima coabitazione. Una è l’anima che ho sempre definito “sociale”, che mi stimola ad un’apertura consapevole e piena verso la realtà, verso la comunità che mi circonda, verso il mondo nella sua totalità e unità complessiva, verso i problemi degli altri sotto qualunque cielo essi vivano, verso la terra e le sue ferite, insomma verso tutto ciò che rappresenta l’altro da me che comunque mi rappresenta. L’altra anima è quella che ho sempre considerato un po’ anarchica, individualista,  soggettiva.

Parlando, invece, specificamente di poesia, la prima anima è quella che mi stimola a confrontarmi con i problemi reali, quelli dell’umanità intera, della comunità alla quale appartengo e che mi appartiene per vicinanza, e di quella alla quale appartengo e che mi appartiene per la comune origine e per il comune destino. Si tratta, quindi, di una poesia aperta al sociale, all’uomo, ai suoi drammi e alle sue sventure.

La seconda anima, quella individualistico-soggettiva, mi spinge a guardarmi dentro, a cogliere la mia realtà interiore, le mie speranze, i miei sogni, le mie domande, le mie risposte, la mia filosofia. E dunque ora guardo fuori di me, ora dentro di me. Ciò non avviene mai programmaticamente. Può anche verificarsi che una certa fase della mia vita sia dominata da una delle due tipologie del fare poetico, ma questa non è mai stabilita a priori, decisa a tavolino. Può essere avvenuto e può avvenire che in un certo giorno abbia composto o componga un testo aperto al mondo e il giorno dopo un testo in cui, per dirla con la Spaziani, abbia guardato o guardi all’”imperscrutabile”, al “sogno”, a ciò che sento “dittar” dentro.

 

E allora? Come organizzare una raccolta di testi, diciamo, promiscui? È vero quanto afferma Montale:  

 

Io pubblico quando si è prodotta in me una certa accumulazione, cioè quando mi accorgo che un certo numero di poesie “fanno” un possibile libro (2).

 

Ma, nel mio caso, esaminando i testi prodotti, mi appariva evidente che essi appartengono all’una o all’altra tipologia poietica. Per questo avevo di fronte a me tre strade: a) mettere insieme tutti i testi  ritenuti degni di pubblicazione disponendoli in ordine cronologico, e questa tassonomia avrebbe avuto il pregio di dimostrare sia le mie aperture verso il mondo, sia le mie chiusure in un mio spazio appartato, proprio così come sono state avvertite nel tempo, nella loro sequenza, nel loro dinamico diacronico svolgersi, dando così il senso pieno della mia persona, delle oscillazioni, dei passaggi, del mio essere sempre in bilico tra il mondo esterno e il mondo interno, proteso all’ascolto delle risonanze ora dell’uno, ora dell’altro; b) suddividere i testi in due sezioni diverse, a seconda della loro tipologia contenutistica; c) raccogliere i testi in due diverse pubblicazioni, rispettando la loro autonomia.

Ho scelto la seconda possibilità. Il lettore, pertanto, troverà in questo libro due sezioni: La parola e il sangue e Nel giardino delle stelle.

Nella prima ho raccolto i testi composti sotto la spinta o la provocazione della realtà; nella seconda ho raccolto i testi composti nei momenti in cui cullavo il mio pensiero trascinandolo lungo un itinerario dalla terra alle stelle, stelle che assumono, di volta in volta, un significato diverso, ora simbolico, ora allusivo, ora metaforico, ora immaginario, e presentano, perciò, una chiara molteplicità semantica. Ma alcuni testi sono stati assegnati all’una o all’altra sezione a seconda del prevalere di una delle due tematiche pur essendo queste ambedue presenti in uno stesso componimento.

Ovviamente, non mi pronuncio sugli aspetti artistici estetici e linguistici del mio fare poetico. Auguro soltanto buona lettura a chi avrà la pazienza o il desiderio di sbirciare nella mia parola.

 

                                                                                                                                                   

1) Intervista apparsa il 24 marzo 2009 su «Mauxa-com».

2) “Autointervista”, in «Corriere della Sera» del 7 febbraio 1964, in E. Montale, Sulla poesia, Mondadori, Milano 1976, pag. 599

 

 

 

voglio morir con la parola in bocca

 

voglio morir con la parola in bocca

la parola per dire

la parola per parlare una parola

meno stanca di niente

 

se mi perdo nel bosco

a scardinare parole

non ho più la forza di parlare

 

la violenza piovuta

dalle nostre fantasie

sul mondo di parole

ha tolto alla parola

la parola di bocca

 

e allora?

 

hai detto hai parlato

hai guidato

la parola verso

le vette e gli abissi lontani

 

e allora?

 

hai frantumizzato monemi

fonemi teoremi

lessemi semantemi

 

e allora?

hai dato uno sguardo al mondo

alla vita e alla morte che grida

in ogni angolo di strada

e sfracella grumi di sangue?

 

oh! parola… parola…

tu muori e ritorni

vivi e muori

tutto si fa per te

per te sola si vive

per te sola si muore

in una nuvola di sensi

sensi perduti dimenticati

inventati trovati perduti

e poi ritrovati

 

ma è ora di stringere il cerchio

intorno alla vita

e dire con il cuore in sussulto

che fare poesia

è calarsi nella notte

con mente cuore corpo anima

e infrangersi sulle rocce delle cose

e poi in/formare una parola

che scenda dritta nelle ombre

a portare una fiammella

di verità scrostata

dal nulla dell’oblio

o dall’oblio del nulla

 

 

 

rimbalzano le mie parole

 

rimbalzano le mie parole

dalla terra di creta

al cielo di cristallo

e non trovano nulla

: trovano soltanto

  il silenzio dell’assenza

  ombra grigia

  che pigia le nevrosi

  del sogno

 

l’uomo è solo

con la mente che vola e che s’impiglia

negli spazi frantumati del nulla

e il silenzio squarcia

le pareti di pietra

 

è un silenzio impalpabile

come tenebra oscura

sotto le dita dell’anima

 

solo la parola

può uccidere il silenzio

e se svanisce nel nulla

resta l’eco trasportata dal vento
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domenica, 27 settembre 2009



Ho il piacere di comunicarvi
che è in corso di stampa
la mia ultima raccolta
di versi:


Raffaele Urraro


POESIE


edita dalla Casa Editrice
MARCUS EDIZIONI

 


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sabato, 12 settembre 2009

Silvio Berlusconi

ha detto:

 

“Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere in 150 anni della sua storia. Lo dico sulla base di ciò che ho fatto e faccio e che gli italiani conoscono bene e per questo motivo penso che mi attribuiscono il 68,4% di fiducia e ammirazione”.

 

(La Repubblica di Venerdì 11 settembre 2009, pag. 2)

 

 

 

 

Chisto è pazzo!

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martedì, 14 luglio 2009

MA A SAN GIUSEPPE VESUVIANO

C’È UN’AMMINISTRAZIONE COMUNALE?

 

La domanda che spesso mi rivolgo – e che molti si rivolgono, specialmente negli ultimi tempi – è semplice e chiara: «C’è davvero un’Amministrazione Comunale a San Giuseppe Vesuviano? Cioè, per essere ancora più espliciti, c’è un Sindaco? Ci sono degli Assessori?».

Certo che ci sono! E allora la domanda dev’essere un’altra: cosa fanno?

Risposta: non fanno niente! È come se non ci fossero. Anzi, probabilmente, sarebbe addirittura meglio che non ci fossero! Una presenza viene registrata in qualche occasione (e che occasioni!!!), come quella di Miss Italia (finale regionale), o come quella delle zeppole, o come quella del Palio dei Ciucci. Poi: assenza e silenzio! Ma i problemi che gravano sulla nostra città sono molti e complessi. Li elenco in modo schematico perché basta richiamarne l’esistenza per evocare all’attenzione e alla sensibilità del paese la loro gravità.

CRISI ECONOMICO-SOCIALE: I negozi gestiti da sangiuseppesi chiudono; chiudono le fabbriche di abbigliamento, di grandi e piccole dimensioni; i giovani non trovano lavoro e sperano di arrangiarsi sotto le ali protettive del Sindaco o di qualche Assessore svendendo la propria libertà e la propria dignità. C’è assoluto e urgente bisogno di esaminare la realtà delle cose, capire la vertiginosa caotica e fallimentare evoluzione che la vecchia Città del Commercio, una volta “Svizzera del Meridione”, ha subito attestandosi su una identità amorfa, indefinibile. È necessario quindi comprendere l’attuale conformazione economico-sociale della nostra comunità per studiare rimedi efficaci se ancora possibili: il paese sta morendo se non è già definitivamente irrecuperabile! È urgente uno studio approfondito, una discussione aperta per decidere che cosa si possa fare ancora.

Una domanda: chi è l’Assessore alle Attività Produttive?

VIABILITÀ E TRAFFICO: San Giuseppe Vesuviano è un paese scassato, impraticabile, dotato di un sistema viario semplicemente indecente. Chi viene nel nostro paese si chiede e ci chiede come riusciamo a vivere in una situazione così caotica, impresentabile. Le arterie principali sono quelle tipiche del quarto mondo, affollate, incasinate, impercorribili. E mi fermo qui.

Un’altra domanda: chi è l’Assessore alla Viabilità e al Traffico?

CULTURA: A San Giuseppe Vesuviano esistono energie intellettuali, culturali e artistiche di grande livello. C’è qualcuno che si interessa di farle crescere e sviluppare e progredire?

I giovani sono disorientati e senza alcun punto di riferimento o di ritrovo che non sia qualche angolo di qualche strada o della piazza: c’è qualche componente della Giunta che se ne interessa?

Qualcuno ha capito l’importanza di una politica culturale intesa come strumento di crescita civile, sociale e democratica? Si è capito che è compito dell’ente locale, e non solo della famiglia e della Scuola, contribuire alla formazione di una coscienza umana, solidale, aperta, tollerante, dei nostri giovani? E dove sono iniziative intraprese in tal senso?

Il paese non è dotato di un benché minimo locale che possa ospitare manifestazioni culturali e artistiche: è chiara agli Amministratori la loro utilità civile?

Ulteriore domanda: chi è l’Assessore alla Cultura?

FENOMENI MALAVITOSI: I giovani del Collettivo Vocenueva hanno scritto sul loro blog, a proposito della bomba fatta esplodere alle 11,29 del 3 luglio scorso in pieno centro, che ha colpito in modo grave un cittadino e solo per miracolo non ha provocato un’immane tragedia: «Non siamo a Beirut, ma a San Giuseppe Vesuviano. Dopo l’intimidazione di qualche settimana fa ad un vigile urbano, dopo i colpi di pistola sulla saracinesca di un esercizio commerciale, ancora un altro episodio di violenza. Viene da chiedersi: “Cosa fanno i nostri Amministratori?’ La camorra spara, la politica tace».

C’è bisogno di aggiungere altro? Sì. Una sola cosa: la malavita alza il tiro delle intimidazioni. Ha pensato l’Amministrazione Comunale a sollevare la questione a livello governativo investendo il Ministero dell’Interno, prima che sia troppo tardi?

RIFIUTI: Fermo restando che non si può tacere l’inciviltà di coloro che continuano a contribuire a rendere sporco questo paese, ci sono precise responsabilità dell’Amministrazione Comunale in tema di mancanza di controllo se la sporcizia regna ancora sovrana in tante località della nostra Città. E questo è davvero un’indecenza.

Ancora un’altra domanda: chi è l’Assessore all’Ecologia?

IMMIGRAZIONE: Qual è la politica comunale in tema di immigrati? Quali iniziative sono state intraprese o si ha intenzione di intraprendere per fare in modo che tutti gli abitanti del nostro paese diventino una vera comunità che è il contrario di una convivenza problematica e a volte escludente? Di fronte ad un numero così elevato di immigrati appartenenti alle più disparate etnie, si è pensato ad elaborare una politica dell’immigrazione?

Domanda: chi è l’Assessore all’immigrazione? O non c’è proprio?

TEMPO LIBERO: Ci si è mai posto il problema del tempo libero? Ci si è mai domandato come si può fare una semplice passeggiata? Ancora: ci si è mai domandato come fanno a vivere i bambini delle strade principali del paese i quali non hanno a disposizione nemmeno un metro per “muoversi” liberamente”?

SPORT: Esiste uno sport a San Giuseppe Vesuviano? Voglio dire: esiste una pratica sportiva del cittadino sangiuseppese? Eppure il Sindaco, che è medico, sa benissimo quanto valga per una vita sana e per la buona salute l’attività fisica. Si è mai pensato a programmare una qualche iniziativa su questa tematica e soprattutto a promuovere strutture che favoriscano o facilitino tale attività?

Si domanda anche qui: chi è l’Assessore allo Sport e Tempo libero?

SCUOLA: Qual è l’attività svolta dall’Amministrazione Comunale in tema di scuola? Al di là di qualche intervento sporadico, che certamente c’è stato, per rimettere in sesto qualche edificio, si ha veramente la percezione dell’importanza dell’efficace azione educativa della scuola e quindi di strutture adeguate a tale finalità? E che cosa si fa? Niente!

A proposito: chi è l’Assessore alla Pubblica Istruzione o, come si dice, alle Politiche scolastiche?

GESTIONE AMMINISTRATIVA: Che una Commissione d’accesso venga inviata al Comune – ed è già al lavoro da alcuni mesi – per indagare sugli atti amministrativi di una Giunta, è già di per sé motivo di preoccupazione o allarme per il cittadino. Per correttezza e per onestà intellettuale, non vogliamo, qui, mettere il carro davanti ai buoi e aspettiamo fiduciosi l’esito delle indagini. Ma la stessa Giunta dovrebbe comunque sentire l’obbligo di interrogarsi sulle modalità della sua azione amministrativa quotidiana. Perché, se si invia  un’azione di controllo su un ente locale, qualche allarme per lo meno sarà stato destato; questo è fuori discussione.

 

E mi fermo qui. Ho affrontato solo alcuni dei problemi che travagliano la vita della nostra città. E sono proprio tali problemi che danno la grave percezione dell’assenza di un’Amministrazione vera. Dico di più: ho la sensazione che il paese certamente sa chi è il Sindaco perché ci sono state specifiche votazioni per eleggerlo e non può non sapere che il Sindaco è il dott. Antonio Agostino Ambrosio. Ma ho anche la sensazione che il paese non conosca affatto i singoli Assessori e, soprattutto, i loro rami di competenza. Questo perché è evidente, non dico l’incapacità, ma l’assoluta negligenza e incompetenza generale di questa Amministrazione. Se non si opera, se non si hanno idee e fantasia gestionale, è chiaro che gli Amministratori diventano semplici ombre che passano e ripassano a vuoto per il municipio senza lasciare la minima traccia. E i problemi non vengono affrontati e per questo si aggravano.

Mi si creda: non è con spirito polemico che ho scritto queste note, ma con uno stato d’animo di amarezza e di sconforto. Anche perché, da un lato, i Cittadini non sembra che abbiano l’intenzione di chiedere conto di questo andazzo, e dall’altro non mi pare che nel paese ci sia una vera opposizione che stimoli, che pungoli, che critichi i veri responsabili di questo sfascio. 

 

                                                     (Raffaele Urraro)

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giovedì, 02 luglio 2009

Una poesia di Giampiero Neri

 

Giampiero Neri è nato a Erba (Como) nel 1927 e vive a Milano. Ha pubblicato diverse raccolte di versi. È uno dei più importanti poeti contemporanei.

Dalla sua ultima raccolta di versi (Paesaggi inospiti, Mondadori 2009), che in questi giorni sto recensendo per la rivista Secondo Tempo, voglio segnalare il testo di pag. 53 che sembra scritto da un sangiuseppese legato alla memoria – e alla scomparsa – di quella bellissima fontana che arricchiva la piazza del paese. Com’è strano il mondo: le fontane scompaiono alla stessa maniera e alla stessa maniera vengono rimpiante, perché intorno ad esse si è raccolta la storia, grande o piccola, di una comunità.

 

Di quella fontana stile novecento

che doveva durare

oltre le nostre vite

si è persa traccia

morta con la sua epoca breve.

Era ridente nella sua rotondità

spensierata all’apparenza,

finita chissà dove.

 

                                          (Giampiero Neri)

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